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Questa settimana il nostro personaggio è obbligatoriamente Dante. Siamo romagnoli, ravegnani, è settembre, cos’altro dovremmo fare? È un tributo doveroso, ma non banale che anche la redazione di 48cento.it vuole rendere al Sommo. Dante è il primo a fare tante cose, ma soprattutto è il primo, passatemi il termine, geografo a parlare dei confini della Romagna. Oggi si discute molto a questo riguardo, il problema è politicamente scottante, ma in tempi non sospetti ha de-scritto il nostro territorio con dovizia di particolari. Il canto in questione è Inferno XXVII, i versi 37-54 l’occasione è data dall’incontro con Guido da Montefeltro, che Dante riconosce evidentemente come romagnolo. Il dannato, un consigliere fraudolento come Ulisse, chiede notizie della sua terra “dimmi se Romagnuoli han pace o guerra; / ch’io fui d’i monti là intra Orbino / e ‘l giogo di che Tever si diserra”. I monti che vanno da Urbino al Fumaiolo, sorgente del Tevere, sono universalmente considerati come romagnoli, quando oggi è stato necessario un referendum per ricordarselo. A  questa domanda il poeta risponde spiegando la situazione città per città, Ravenna, Cervia, Rimini,  Faenza, Imola, Cesena. Qui emerge prepotentemente un dato: città guidate da signori diversi, quindi non unite da una comune appartenenza politica, sono unite dall’identità di un’unica regione. Rimandiamo al testo qui sotto per un’attenta lettura e concludiamo solo notando che quello per cui è interessante è la semplicità con cui riporta un semplice dato di fatto: l’identità comune di questa terra.

 Romagna tua non è, e non fu mai, 
sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni; 
ma ‘n palese nessuna or vi lasciai.

Ravenna sta come stata è molt’ anni: 
l’aguglia da Polenta la si cova, 
sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.

La terra che fé già la lunga prova 
e di Franceschi sanguinoso mucchio, 
sotto le branche verdi si ritrova.

E ‘l mastin vecchio e ‘l nuovo da Verrucchio, 
che fecer di Montagna il mal governo, 
là dove soglion fan d’i denti succhio.

Le città di Lamone e di Santerno 
conduce il lïoncel dal nido bianco, 
che muta parte da la state al verno.

E quella cu’ il Savio bagna il fianco, 
così com’ ella sie’ tra ‘l piano e ‘l monte, 
tra tirannia si vive e stato franco.

Margherita  – 48cento.it

Un Commento

  1. Semplicemente straordinario e di grande valore culturale e cominicativo perche’ anche una massaia o un artigiano puo’ affrontare una lettura di dante con questo taglio singolarissimo . Propongo che simili articoli possano in qualche modo arrivare anche alle scuole magari come rubrica su dante


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